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Al Museo di Capodimonte, le opere d’arte si raccontano al pubblico

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Quando in un museo i capolavori dimenticati vengono rispolverati e rimessi in luce: L’opera si racconta, al Museo di Capodimonte, un ciclo di esposizioni di capolavori conosciuti ma anche poco noti o in deposito, per un’iniziativa che servirà a mettere in risalto dipinti, sculture e oggetti d’arte della straordinaria collezione del museo raccontati in una chiave nuova e in dialogo con altre opere. Prima opera a raccontarsi è il Cristo in Croce, del pittore fiammingo Van Dyck. Presentazione al pubblico e alla stampa il 13 maggio.

Il ciclo  – Permette così di scoprire le migliaia di storie custodite nel Museo di Capodimonte, storie di uomini e donne, luoghi e aneddoti, segreti del mestiere che attendono soltanto di essere raccontate per svelare la complessità dell’opera, protagoniste nella sala 6, al primo piano, dedicata all’inizio del percorso di visita, già utilizzata per l’esposizione de La donna con il liuto di Vermeer.

Cristo in Croce del pittore fiammingo Van Dyck

Cristo in Croce del pittore fiammingo Van Dyck

Il dipinto – Eseguito tra il 1621 ed il 1625 circa, ad olio su tela, venne acquistato dal Museo Nazionale di Capodimonte nel 1844, appartenente, precedentemente, al signor Diego Sartorio. Nella scena del dipinto, che si svolge nell’istante in cui il cielo si oscura ed un lampo, proprio come quello che appare dietro la mano destra di Cristo, squarcia le nubi, compare Gesù Cristo crocifisso, presentato nel momento in cui avvertiva l’ormai inesorabile fine, gridando e rimettendosi nelle mani di Dio. Il volto ed il corpo mostrano gli spasimi dell’agonia e si contraggono irrigidendo tutti i muscoli in un ultimo, inutile tentativo di resistenza all’ineluttabile destino prima dell’abbandono definitivo. Dai chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, il sangue cola copiosamente lungo le braccia tese mentre le dita si accartocciano come artigli, la testa scivola all’indietro e gli occhi si rivolgono al cielo imploranti a cercare l’aiuto divino. Sul corpo affusolato di Cristo spicca il bianco del perizoma che recinge i suoi fianchi e che appare quasi abbagliante nel contrasto con lo sfondo cupo. Nel dipinto figura un iscrizione, a lettere capitali, posta sulla terminazione superiore del montante della croce di Gesù, nella quale si legge: I(esus) N(azarenus) R(ex) I(udaeorum), Gesù il Nazareno, re dei Giudei.

L’esposizione dell’opera – A cura di Mariolina Cilurzo e Laura Duquesne, due studentesse de l’École du Louvre e Sciences Po, coordinate dallo staff del museo, si staglia nel momento culminante dell’agonia, contro un cielo scuro e turbolento, acceso da riflessi dorati, dal tipico pittoricismo fiammingo. L’opera dialoga in sala, con alcuni tre disegni, tre incisioni e un’acquaforte (Autoritratto di Van Dyck), con i momenti più drammatici della narrazione evangelica. Dall’Elevazione della croce dello stesso Van Dyck a quella attribuito a Belisario Corenzio,alla Crocifissione di Dürer, alla Deposizione e la Pietà, attribuite rispettivamente a Perin del Vaga e Marco Pino.

Anton Van Dyck  – Nato ad Anversa nel 1599,  figlio di un ricco mercante, a 10 anni si avvia alla carriera pittorica e a 17 ha già un suo studio. Arriva in Italia nel 1621, su consiglio del maestro Peter Paul Rubens, per studiare l’armonia lineare dei grandi artisti del Rinascimento e perfezionarsi sulle composizioni religiose, come quelle con il Cristo in croce. Nel corso del viaggio il pittore si stabilisce a Genova, dove diviene il ritrattista di riferimento dell’elegante aristocrazia locale ed è richiesto nei maggiori centri artistici d’Italia. Cavalieri e dame frequentano quotidianamente il suo studio. I soggetti sacri eseguiti da Van Dyck nei sei anni trascorsi in Italia documentano la qualità di raffinato colorista acquisita attraverso la costante osservazione delle opere di Tiziano, più volte copiate dall’artista nei taccuini di studio. Nella sua esperienza italiana saranno molto significativi gli incontri con pittori e scultori, tra questi quello in Sicilia con la pittrice Sofonisba Anguissola di cui lo stesso Van Dyck racconta: “Ho ricevuto maggiori lumi da una donna cieca che dallo studiare le opere dei più insigni maestri”. La maturazione artistica raggiunta negli anni italiani gli consente, tornato ad Anversa, di assolvere importanti commissioni per le chiese delle Fiandre. Nel 1632 si reca a Londra dove rimarrà fino alla morte nel 1641. Nominato pittore di corte di Carlo I, diventa l’influente e malinconico ritrattista di una società sfarzosa ed elegante.

Il direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte Sylvain Bellenger  – <<Questa mostra è un focus su una singola opera, un modo per conoscerla con l’attenzione necessaria in relazione al contesto in cui è nata. Sulla scia di Vermeer abbiamo deciso di inaugurare questo ciclo L’Opera di racconta. Il cuore della comunicazione museale è raccontare le singole opere d’arte presenti nel museo e ripercorrere così il mondo a cui appartenevano>>.