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“E venne il giorno” di Manoj Night Shyamalan

Una misteriosa epidemia collettiva di suicidi colpisce le grandi aree urbane Usa. Forse, in zone meno popolate c’è la salvezza: lì si dirige un gruppetto di persone. L’incipit è ispirato paro paro dall’Hitchcock de “Gli Uccelli” (63), ma è diversissima la tonalità narrativa del regista indiano. Lo scatenamento omicida dei volatili era senza alcuna ragione plausibile: strana e inquietante, così come era venuta scompare. Simile è l’origine della moria del film di Shyamalan: ma egli sceglie di non dare, se non in minima parte, forza alla narrazione. Non vi sono quei “bei” conflitti tra buoni e cattivi, che polarizzino la nostra attenzione emotiva e la conducano ad un finale liberatorio e più o meno gratificante. Anzi, i cattivi non ci stanno. O meglio, sono le stesse potenziali vittime del morbo, che invece di tacitare gli elementi di distruttività, che la paura fa affiorare con violenza, e sviluppare il senso di solidarietà, si trasformano in carnefici, casuali e crudeli. Sono accecati dalla cultura del terrore sociale verso l’altro, l’estraneo, si annichiliscono e sommano danno a danno. Il film pone un evidente conflitto con la società, i suoi meccanismi di formazione della pubblica opinione, cioè della “maggioranza silenziosa”, culturalmente passiva, indicandone la pericolosità collettiva perché hanno un unico pensiero, che diventa fatalmente autodistruttivo. Non sono nemmeno escluse le responsabilità del governo, che per un incidente ha fatto uscire nell’atmosfera gas d’impiego bellico non convenzionale: ma avviene in termini non chiari né narrativamente né drammaturgicamente e quindi non in grado di catturare la nostra attenzione non razionale. Gli unici conflitti cui assistiamo, e che quindi hanno una valenza positiva, sono tra i protagonisti che sono persone normali, della media borghesia. Forse per questo aperti e in grado di dialettizzarsi criticamente tra loro e l’ambiente. Piuttosto sono gli unici che, non facendosi prendere dall’isteria collettiva, danno delle risposte concrete sull’accaduto. Le loro divergenze sono di natura personale, però riescono a trovare una soluzione, non solo positiva, ma solidale e aperta alla speranza di cambiamenti in meglio. Il film ciò lo dice con estrema chiarezza: rifiuta i meccanismi dell’azione, la sintassi della drammaturgia hollywoodiana. Si sofferma invece sui segmenti laterali, direi volutamente concettuali, del tema, già visto, del contagio. In questo senso, è un film dalla sostenuta caratura intellettuale. La stessa dimensione del terrore è soffusa e impalpabile, cui non mancano nemmeno delle sfumature di carattere religioso.

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