Il primo bacio, la prima volta in gita senza mamma e papà, la consegna del primo stipendio, il primo petalo di un fiore a cadere nella tomba della persona che amiamo e che ci lascia, inesorabilmente soli, dinnanzi al nostro stesso destino. Tutti questi eventi sono niente più che rituali di passaggio, come li definirebbe Arnold Van Gennep, storico etnologo che per primo ha offerto una classificazione dei riti connessi al folklore popolare. Ma c’è qualcos’altro oltre la lente antropologica che in-forma l’uomo sul suo presente e passato comune, anche se declinato in forma differente a seconda delle culture altre che lo circondano. C’è la voglia indomita di dare un senso a ciò che rimane fino all’ultimo oscuro, innominabile, misterioso e terrificante, checché ne dica anche la più spavalda pseudocultura emo che inneggia pericolosamente alla sofferenza come viatico per il classico fin di vita. La morte fa ancora paura e la paura fa novanta, come direbbero i saggi partenopei. Ma la saggezza non è il solo oppio sano dei popoli: le comunità locali legate alla vita tradizionale hanno dalla loro parte il rispetto di costumi antichissimi, il privilegio di tramandare un sapere che non è scritto nei libri di testo e di cui (quasi) nessun media parla mai.
Inoltre, le comunità rurali hanno spesso il piglio dell’allegria: quelle vestigia di vita contadina che all’occorrenza sapeva portare le stigmate così come le fiaschette di buon vino per inneggiare alla danza della vita. Nello stato messicano del Michoacan, (estremo ovest della Repubblica messicana) el pueblo celebra ogni anno la Festa dei Morti: qualcosa di simile, seppur profondamente diverso, al nostro classico 2 Novembre. Le date son le stesse, anche se le stagioni sono invertite, in compenso l’Ognissanti messicano è contrassegnato da un periodo di fervida, grandissima, devozione per i difuntos (i morti). Ma la cosa che colpisce il freddo occhio occidentale è il calore della tradizione che non solo fa rivivere, ma assurge i trapassati ad autentici miti da festeggiare tra cori, processioni, bande, pranzi lauti e soprattutto una corale atmosfera di gaiezza. Giovedì 12 Gennaio all’Instituto Cervantes di Napoli è stata presentata la mostra etnografica “Signos, muertitos y segnos” frutto del lavoro di ricerca dell’equipe antropologica BRIO (Brillanti Realtà in Osservazione), presieduta dal Prof. Aldo Collucciello. L’evento è stato corredato dalla proiezione di un documentario girato direttamente nei luoghi del culto messicano, in un paese dove la gente ha poco o nulla, dove abbonda la micro e la macrocriminalità legata agli affari dei narcotrafficanti, dove la corrente elettrica è carente e i bimbi aiutano gli adulti a lavorare le aride campagne; dove, nonostante tutto questo, per los dias de los muertos tutto si ferma e tutto inizia: le donne si vestono a festa, i bimbi si deliziano con i biscotti a forma di piccole sagome umane (los muertitos) e intere famiglie si recano al camposanto portando frutta tropicale e comida casera (tortillas, carne alla brace e cucina tipica) affinché i cari estinti possano approvvigionarsi di ogni ben di Dio nel corso di una piccola sortita terrena.
Se il Prof. Domenico Scafoglio (Università di Salerno) fa notare quanto connaturati e vitali siano i riti per ogni uomo: (<<Qualcosa che ci sottragga al risucchio del nulla>>), Collucciello sottolinea l’importanza che essi hanno nelle tante culture, riscoprendo similitudini sorprendenti, quale quella tra il culto pseudo-esoterico di Santa Lucia a Napoli e quelli legati al recente concetto di Santa Muerte Latina. Ma che differenza c’è tra quest’ultima e la fiesta de los muertos? Lo chiarisce Elsa Lopez (dell’Associazione messicani residenti in Italia), che ha tenuto a sottolineare come la cosiddetta Santa Morte sia un fenomeno mediatico che non ha nulla a che vedere con la storia antichissima e, secondo molti precristiana, del dia de los muertos. Di fatto l’iconografia della Santa Muerte si diffonde in Messico dagli anni ’60 come culto sincretico, o ancora per molti come vera e propria setta affiliata al mondo dei narcos: una figura comunque tetra che cozza con la giovialità de los muertos celebrati nella festa del Michoacan.
Interessante e vivida anche la mostra fotografica che durerà fino a fine mese: una serie di scatti dedicati alla passione di un popolo che ha il privilegio di non vivere rassegnato per la fine, ma che ne fa l’occasione per cullare il ricordo dei propri cari e celebrarli come se non se fossero andati. Un po’ come dice il poeta senegalese Birago Diop: <<Quelli che sono morti non sono mai partiti>>.